“Per una politica diversa” un intervento alla Festa dei Popoli


Ieri mentre vedevo al TG le immagini del viaggio di Papa Francesco in Israele e i servizi sulle elezioni europee ho fatto una libera associazione di idee: ho ripensato ai convogli dei treni che settant’anni fa, nel cuore della civilissima Europa, trasportavano centinaia di ebrei nei campi di concentramento, ammassati per giorni in sporchi vagoni merci sovraccarichi, senza acqua e possibilità di fare i propri bisogni fisiologici in un bagno.
Oggi non sono più treni, ma navi. I vagoni merci sono i barconi che attraversano il Mediterraneo per lasciare Paesi in guerra in cui anche noi europei abbiamo grosse responsabilità e interessi economici.

Dopo aver sentito la testimonianza di Giovanni La Manna, direttore del Centro Astalli a Roma, a volte mi chiedo: “Io avrei pagato quel che pagano i rifugiati per rimanere fedeli alla propria religione o idea politica?”
Abbiamo deciso di mettere al primo posto l’economia e al secondo (forse) le persone: siamo tutti vittime di un sistema ingiusto dove siamo chiamati a fare la nostra parte per trasformare un mondo che così come sta andando non ci piace. L’irrequietudine che sentiamo dentro davanti a queste ingiustizie ci rivela il bisogno di cambiare il nostro stile di vita, l’Italia, l’Europa e il mondo. Come possiamo farlo? Io cosa posso fare?

 

Festa dei popoli Capoterra

Per costruire una economia diversa è necessaria una politica diversa che parta dall’impegno di ogni cittadino attivo a rinsaldare quel patto sociale tra istituzioni e cittadini e tra cittadini e cittadini che il nostro modello di sviluppo ingiusto ha infranto, accumulando privilegi e aumentando le disuguaglianze.

Da queste sollecitazioni è nata alcuni anni fa l’idea di realizzare a Cagliari un laboratorio di partecipazione politica rivolto ai giovani, per offrirgli un luogo in cui confrontarsi tra loro e con esperienze di politica e cittadinanza attiva anche di altre parti d’Italia.
Un “laboratorio” perchè le modalità di apprendimento non vogliono essere solo quelle frontali ma si vogliono sperimentare forme di coinvolgimento attivo; e perchè richiamando la radice della parola “lavoro” si rende l’idea che la politica dovrebbe essere impegno, approfondimento, studio e fatica; fatica anche dei compromessi che devono essere sempre al rialzo.
La “partecipazione politica” perchè oggi la rappresentanza non dovrebbe essere una delega in bianco assegnata ogni 5 anni al momento del voto, ma richiede una volontà continua di coinvolgimento della cittadinanza nelle scelte importanti: le amministrazioni e i partiti politici sono in ritardo da questo punto di vista anche se negli ultimi anni in Italia il Movimento 5 stelle e il Partito Democratico stanno iniziando a sperimentare forme di partecipazione ancora acerbe (votazioni online, primarie, referendum interni).
Per i “giovani” perchè le generazioni di chi oggi ha 20 e 30 anni sono chiamate ad assumersi la responsabilità di un sistema che sta cambiando radicalmente e con grande velocità. Quelle generazioni che Alessandro Rimassa nel suo ultimo libro-manifesto (“È facile cambiare l’Italia, se sai come farlo”) chiama “generazioni sharing”: più aperta, meno individualista, attrezzata al cambiamento continuo, disposta a includere, fiduciosa e con le maniche ben rimboccate. Una generazione che della condivisione fa non solo un semplice stile di vita ma la filosofia primaria che guida scelte e azioni. La condivisione si attua infatti in cinque campi: esperienze (utilizzando i social per comunicare, confrontarsi, raccontare storie ed emozioni), servizi e prodotti (car-sharing e car-pooling al posto dell’auto di proprietà, couchsurfing e scambio case per viaggiare, co-housing), idee (senza paura di diffonderle perchè “uno più uno è maggiore di due”), lavoro (co-working non solo come spazio comune), responsabilità (perchè credono nell’etica, nell’equità sociale e nell’impegno diretto per migliorare la società).

Il Lab è un’esperienza replicabile in tutte le realtà in cui voler portare in politica una carica di creatività e innovazione. E chiudo con un consiglio a chi pensa che sia troppo difficile mettersi in gioco per cambiare le cose che non ci piacciono, perchè il cambiamento in primo luogo deve riguardare il nostro stile di vita e poi diventa efficace se si trasferisce in quattro azioni strettamente legate una all’altra: conoscere, denunciare, proporre e costruire.
Conoscere perchè bisogna partire dalla consapevolezza delle regole e delle dinamiche che guidano il sistema in cui ci troviamo a operare, sia esso una istituzione, una associazione, un partito politico, un’impresa o qualunque altro ambito sociale. Conoscere la Costituzione italiana (e riflettere sulla sua origine) è un primo passo importantissimo per chi decide di occuparsi del bene comune.
Denunciare le storture, le scorrettezze, le ingiustizie che inquinano gli ambienti che frequentiamo e che non li rendono luoghi in cui la persona si possa realizzare liberamente. E denunciare tutte le volte in cui i principi della nostra Costituzione sono disattesi, ci stupiremo a renderci conto della strada che ancora abbiamo da fare.
Proporre un modo di affrontare i problemi alternativo (perchè esiste sempre una alternativa), una logica basata sulla condivisione e sulla attuazione dei principi costituzionali.
Costruire un ambiente in cui la fiducia sia un valore fondante le relazioni tra le persone e in cui l’innovazione sia stimolata per ridurre le ingiustizie e le disuguaglianze all’interno della nostra comunità.

Grazie all’associazione Sconfinando per questa bella occasione di confronto creata con l’organizzazione della Festa dei Popoli a Capoterra, e appuntamento domenica 1 giugno in piazza per la festa finale conclusiva.

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