Finisce la terra? Cosa ho imparato dall’incontro sul consumo di suolo


In una sala affollatissima a Sant’Elia in tanti abbiamo imparato qualcosa. E iniziative politiche che insegnano qualcosa sono una bella notizia per il centrosinistra cagliaritano.

foto di Dietrich Steinmetz

Il fatto che l’Italia fino ad oggi ha scelto di premiare chi si arricchisce mentre dorme solo per il fatto di avere un enorme vantaggio economico dalla rendita è una profonda ingiustizia. Una profonda ingiustizia che è sempre stata combattuta dai padri del pensiero liberale e che l’Italia conservatrice ha assunto come principio inevitabile. Ma in Europa sono tanti gli esempi di stati che hanno una legislazione che consente di restituire alla collettività parte del vantaggio privato creato dal sistema della rendita, e non sono certo stati bolscevichi (Olanda, Belgio, Germania, Spagna, etc).

In Italia, nel 1962 c’è stata la possibilità con Fiorentino Sullo (moderato ministro democristiano che ha proposto una legge di riforma radicale) di andare in quella direzione ma le forti pressioni degli interessi conservatori immobiliari hanno affossato quella proposta. Da allora l’Italia ha continuato a consumare territorio a vantaggio quasi esclusivo del privato, arrivando oggi a una situazione di difficoltà per le città italiane che hanno sempre meno risorse per prendersi cura del proprio patrimonio e degli spazi pubblici.

L’Unione Europea ci chiede oggi di avere un saldo zero nel consumo netto di nuovo territorio da qui al 2050. Cosa vuol dire nel concreto per la Sardegna? Ripartire sicuramente da quello strumento che ci invidiano nel mondo che è il Piano Paesaggistico Regionale, nella versione originale e non in quella brutta copia che vorrebbe riaccendere milioni di metri cubi di lottizzazioni sulle coste, facendo entrare dalla finestra le leggi sul golf e sugli usi civici, e rendendo tutto il territorio della Sardegna edificabile legando l’edificabilità in agro al solo possesso di un ettaro di terreno. Su questo punto Renato Soru si era dimesso nel 2009 e oggi il presidente Ugo Cappellacci propone nel suo PPS.

Per la nostra città vuol dire preservare i limiti che ci siamo posti, e considerare la 554 come il limite oltre il quale Cagliari non si estende. Questo implica mettere seriamente mano al piano urbanistico per trasformare in agro ciò che non ha senso che venga edificato, agevolare il “costruire sul costruito” e trovare soluzioni per i proprietari di aree che la pianificazione dello scorso ventennio immaginava come vuoti da riempire e non spazi liberi da conservare per un bene collettivo maggiore.

Ecco il video che avremmo voluto mostrarvi ieri in chiusura di dibattito, per cambiare la prospettiva relativamente agli interventi sul territorio, che non per forza sono sempre di consumo di nuovo territorio, ma a volte possono essere coraggiosi interventi di demolizione e rinaturalizzazione. Come sperimentato con il Club Med di Cap de Creus, in Catalogna.

Projecte de restauració del paratge de Tudela-Culip (Club Med) al Parc Natural del Cap de Creus from ielei on Vimeo.

Di seguito la playlist con gli interventi completi, per farsi un’idea completa del fenomeno vi consiglio di seguirli tutti, e per avere più chiaro cosa ha replicato il sindaco Zedda rispetto al tema concreto di Su Stangioni.

Nicola Dal’Olio, geologo, capogruppo PD al comune di Parma 

Sandro Roggio, architetto

Renato Soru, ex Presidente della Regione Sardegna

Ivan Blecic, urbanista

Dibattito

Repliche

Massimo Zedda, sindaco di Cagliari

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