#congressoPD “Chiedetevi se quando parlano vi fanno sentire vivi” [Alessio Mandis]


Domenica 8 dicembre si voterà per eleggere il prossimo segretario del Partito Democratico tra Civati, Renzi, Cuperlo e Pittella. Sui media, nei social network e nei circoli entra nel vivo il dibattito. Condivido con voi una bella e dura riflessione di Alessio Mandis, valido amministratore democratico, sindaco di Gonnostramatza.

Alessio Mandis

La verità è che oltre la conta dei numeri ci sta mancando il cuore. Che coloro ai quali abbiamo consegnato la nostra fiducia hanno troppo spesso svuotato, giorno per giorno, le nostre passioni. Le hanno addormentate. Piegate alla logica dei numeri e delle formalità. Chiedendoci di chinare la testa in nome del momento e della contingenza. Ma la vita, quella vera, quella fatta di uomini e donne che vedono e respirano, è diversa. Il Pd, questo, sembra non saperlo più. Ed io, fuori e dentro dai congressi, non voglio semplicemente vincere; voglio vivere, prima ancora.E allora basta, vi prego, smettiamola di parlare del nulla. Di tessere, di congressi, di mozioni, in un Paese che non ci sente più. Che ha smesso di interessassi a noi perché ha capito che noi abbiamo fatto lo stesso con lui. Smettiamola di contarci senza neppure guardarci in faccia. Di passare per i corridoi e di ignorarci. Di militarizzare tutto e tutti. Di posizionarci come conviene al culo e non al cuore.Perché chi preferisce che gli si congeli il cuore pur di riuscire a tenere caldo il fondoschiena non può meritare la fiducia di un altro essere umano. E la crisi, quella che ci sta imbruttendo e che distrugge i legami, ha bisogno che ciascuno di noi sappia ancora e di più come si fa, ad essere umani. Io penso che non ci sia niente di vivo nell’ignorare il mondo e la sofferenza di una generazione intera chiudendosi ciascuno dentro le proprie stanze. Io non sopporto più il peso del silenzio. Quello che ho provato di fronte a un’amica che mi racconta come di giorno ha imparato a ridere, per dignità, mentre la notte piange. Perché un futuro, a lei, gliel’hanno sempre fatto odorare per poi allontanarglielo dagli occhi con delle scuse. E così si può arrivare ad essere adulti. Con tanta vita fuori ma tristi dentro. Ed è così che si inaridisce un cuore. Sono stanco ed ho paura di continuare a guardare la disperazione di persone che, al mio paese, la crisi ed il suo disagio hanno costretto all’invidia degli altri persino nelle cose più semplici, come un rimborso spese o una tariffa qualunque. Perché spesso, a Cagliari o a Roma, c’è chi legifera ed ignora ciò per cui scrive, costringendo chi applica le norme all’iniquità e ad una buona dose di travaso di bile. Così mi viene in mente una cosa che mio padre mi ha insegnato a tavola fin da piccolo, e per la quale spesso sono riuscito a prendere anche qualche sberla: se hai un pranzo dignitoso, non invidiare il piatto di tuo fratello. A questo ci ha ridotto il tempo. Ad invidiare il piatto di chi ci sta a fianco, il quale magari divide il pranzo in due per arrivare a cena. Ma tutto questo il Partito forse non lo sa. Oppure ha dimenticato di saperlo. Forse perché adesso non è tempo, forse perché ora è il momento della conta. Da sette anni è il momento della conta. E a furia di contare i voti ci siamo dimenticati di contare gli anni in cui abbiamo lasciato che sui nostri valori e sulle idee cadesse la polvere. Abbiamo accettato di governare con chi rappresentava tutto ciò che avevamo deciso di cambiare, semplicemente perché abbiamo fallito, prima ancora, il cambiamento di noi stessi. Le nostre classi dirigenti hanno alzato un muro tra noi è il mondo. E non si può cambiare il mondo mentre si cerca disperatamente di difendersi dal mondo. Spesso hanno dimenticato la nobiltà, il gusto umano e l’eleganza del passo indietro. Ed imperterriti ne hanno voluto fare inutilmente di troppi in avanti, ma senza conoscere la direzione, né misurare il passo. Siamo finiti così, sempre più adagio sull’orlo di burroni altissimi. Ed ai più giovani, sistematicamente, sono state strappate via le ali per volare lontano da quei burroni. Scrivo questi pensieri così, preso da una frustrazione amara che mi viene ogni tanto e sempre più spesso quando cerco di guardare le cose lontano dalle “doverose” inibizioni del dirigente medio. Le scrivo prima del mio congresso di circolo perché voglio contribuire ad alimentare domande, perplessità, riflessioni e perché no, anche paure e fratture interiori. Le scrivo prima che si prendano le decisioni, perché un amico mi ha insegnato che le posizioni scomode non si devono mai assumere a cose fatte, che non serve a niente. Le scrivo semplicemente perché vorrei condividere, adesso, il mio desiderio che il Pd possa diventare una speranza, possa svecchiarsi e cambiare strada, possa chiedere, sommessamente ma con dignità a chi ha sbagliato di lasciare il passo. Perché ci sono generazioni che non possono aspettare. Che se costrette a farlo scapperanno via, da questo bellissimo ma difficile Paese. Scrivo queste cose per invitare chi come me ha meno di trent’anni ad alzare la testa ed a rimboccarsi le maniche. A non aspettare. Ad essere coraggioso. A studiare. A non credere mai al successo facile, alla politica come professione, al totem della comunicazione tout court e senz’anima, al giovanilismo posticcio o ai venditori di sogni. Neppure se hanno quarant’anni e sono i più fighi d’Italia. Neppure se ne hanno ottanta e sono i più ricchi del Paese. Non vi sto dicendo di non votarli. Semplicemente, guardateli negli occhi, anche se loro dalle tv di casa vostra non vi possono vedere. Ascoltateli. Chiedetevi se e quanto, quello che dicono, tocca le vostre coscienze, le vostre anime. Chiedetevi se quando parlano vi fanno sentire vivi. Perché solo chi è vivo può cambiare il mondo.

Buon voto. Sempre. 

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