Edi Rama, la creatività al servizio della politica


Ci sono notizie che passano inosservate quando meriterebbero di essere raccontate e commentate. Come la notizia che Edi Rama è il nuovo presidente dell’Albania. “Abbiamo stravinto” ha annunciato il leader socialista albanese, ma in Italia, a parte la soddisfazione di Debora Serracchiani per la vittoria del centrosinistra in casa dei loro vicini, pochi conoscono il nuovo presidente. E sanno perchè è una bella notizia per la politica.

Edi Rama è un artista che, richiamato in patria per impegnarsi per il proprio Paese, nel 2000 diventa sindaco di Tirana e inizia un incredibile lavoro di trasformazione. In due mandati ha cambiato il volto della città, rendendola l’ arcobaleno dell’est (come raccontavamo su Sardarch alcuni anni fa). Vale la pena rileggere  la storia di Edi Rama sindaco, raccontata da Stefano Boeri alcuni anni fa. Una storia che credo aiuti a far riflettere tanti che ancora oggi sono delusi e lontani dalla politica perchè …”tanto sono tutti uguali” o “non cambierà mai niente”.

Eletto sindaco, nel 2000, Edi Rama si muove spiazzando tutti: il suo partito, le ONG, i rappresentanti della Banca Mondiale, i suoi stessi concittadini. Mentre tutti si aspettano la presentazione pubblica di un grande Piano di rilancio della città, le retoriche del buon governo, promesse sulla qualità della vita –il kit di ogni buon sindaco in carriera- Rama fa tre cose impreviste.
Innanzitutto comincia a demolire gli edifici abusivi che hanno cancellato i parchi, i giardini e interrotto le strade del centro, trasferendo i loro abitanti nei nuovi quartieri massicci che stanno nascendo appena attorno. E fa riscoprire alla città gli spazi collettivi, anche quelli detestati del periodo socialista (“il sabato, non potevamo fare altro che vestirci bene e camminare a piccoli gruppi, su e giù, nella piazza principale, salutandoci a distanza”). Mentre la speculazione edilizia impazza, anche grazie all’assenza di regole urbanistiche nazionali e locali (ancora oggi si può costruire quanto si vuole purchè si rispetti il perimetro del lotto di proprietà), i soldi degli aiuti internazionali vengono dunque usati non solo per aggiungere, ma soprattutto per togliere, per diradare le concrezioni abusive e costruire i nuovi luoghi pubblici della città. Che lentamente ricomincia a scoprire le sue piazze, i giardini, il fiume. Senza vergognarsi. Senza l’ossessione di nascondere i segni del passato recente, l’utopia negativa e fallimentare di una città totalmente pubblica e autarchica.
In secondo luogo, il giovane sindaco chiama un gruppo di giovanissimi tecnici a dirigere l’ufficio tecnico comunale. Come Ariela Kushi, 26 anni, appena laureata all’Accademia di Mendrisio che dirige l’ufficio del Piano Regolatore di Tirana, controlla e smista i disegni in arrivo dagli studi di progettisti internazionali; prepara le nuove norme del piano regolatore. Ariela ragiona come un urbanista svizzero e agice come un amministrastore mediterraneo: diagnosi lucide, regole chiare, ma anche una incessante snervante concertazione con gli operatori, i developer, gli architetti locali. La grande sala dove lavora con i suoi collaboratori è insieme un laboratorio di idee, la promessa di un nuovo codice di comportamento per gli operatori della città e un rischio politico calcolato sul futuro di Tirana. Una sfida a 360 gradi, da seguire con grande attenzione e molta preoccupazione.


Ma l’azione più sorprendente e eclatante di Edi Rama è un’altra e non entra nel novero di cosa demolire e cosa costruire.
Riguarda piuttosto l’identità e l’auotorappresentazione della città.
“Vedevo tutta questa energia molecolare, individuale, cambiare la città. Mi sembrava di vedere mille mani che dentro gli edifici spostavano muri, costruivano pareti, solette, nuovi volumi a sbalzo….e mi chiedevo come intervenire, come orientare questo pulviscolo di forze, pur disponendo di risorse limitatissime”.
La risposta, davvero inaspettata per un sindaco, è quella di cominciare, progressivamente, a colorare le facciate delle case, dei palazzi, degli isolati. I colori, all’inizio, li sceglie proprio lui, il sindaco-artista: gli servono per “staccare” le superfetazioni, segnalare i nuovi volumi, distinguere un edificio dall’altro. Colori accesi, sgargianti, accostamenti bruschi che squarciano il grigio universale dell’intonaco socialista e fanno infuriare quasi tutti: i suoi colleghi amministratori, i rappresentanti dell’Unione Europea, gli stessi cittadini. Ma la performance urbana raggiunge subito un risultato fodamentale. Si discute, tutti insieme, sul tipo di colore. Si discute sull’immagine pubblica della città. Sul lato esposto della vita quotidiana. Certo, pochi sono d’accordo sul tono del colore che rappresentarà l’esterno del loro interno domestico, ma pochissimi sono disposti a riununciare ad accogliere sui muri di casa l’onda caleidoscopica inventata dal sindaco. Che infatti cresce, si estende, coinvolgendo nuovi edifici e soprattutto nuovi “performer”, scelti tra artisti e architetti internazionali.


Una cosa è certa: se Edi Rama è rimasto un artista, se questo costituisce la sua anomalia, non è perché per un politico-artista sia facile dipingere la sua città. Tutt’altro. Quello che sembra trasparire dal suo modo di lavorare, decisionista e attentissimo alle sfumature, è piuttosto un procedimento logico particolare, lontanissimo dalle logiche del discorso politico e vicino invece ad alcune pratiche dell’esperienza artistica contemporanea. Un modo di pensare laterale, che opera per dirottamenti e deviazioni dal senso comune per poi cogliere di sorpresa il vero cuore del problema. Che a Tirana non era (solo) quello di ravvivare una scenografia urbana cupa; ma piuttosto di scardinare la rassegnazione dei cittadini nei confronti dello spazio collettivo; di capovolgere l’apatia prodotta da cinque decenni di regime comunista durante i quali la sfera di ciò che era pubblico corrispondeva al potere di pochi, alla censura, alla violenza. Il colore a Tirana non è stato solo una decalcomania da appicicare sui palazzi, ma un vero e proprio codice di comunicazione sociale.

tratto da questo articolo di Stefano Boeri  del 03/07/2005

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