Vento | L’estate del cambiamento [XXX]


Abbiamo abolito i convenevoli, ma non i ringraziamenti, e vorrei partire ringraziando Samuele e Luca, Marco e Paolo, Ippo e Maddalena e tutti quelli che hanno lavorato in queste settimane per rendere possibile questa manifestazione.

Sono venute persone da tutta Italia, per la prima volta una manifestazione così auto-organizzata, pensata da volontari, è stata partecipata da tutto il Paese. A noi interessa questa umanità.

Oggi vi vorrei raccontare una favola, molto diversa da quelle che vi hanno raccontato in questi anni. C’è una notte, c’è un caffè, c’è una tartaruga, e ci siamo anche noi, quel noi di cui abbiamo parlato e che voi avete interpretato in queste Tre Giornate di Firenze.

C’era una volta l’Italia.

Era il 1992, poi c’è stato il 1993, sembrava stesse cambiando tutto, eppure tutto si è fermato nel 1994.

Che cosa abbiamo fatto in tutti questi anni?, come ci si chiedeva in quel famoso film.

No, non siamo andati a letto presto. Abbiamo fatto fatica ad addormentarci, abbiamo dormito male, abbiamo fatto brutti sogni, davvero brutti sogni, ci siamo girati nel letto e abbiamo provato a rimboccarci le coperte, come ora cerchiamo di fare con le maniche.

E abbiamo combinato poco, troppo poco. La Prima Repubblica è finita come sappiamo, la Seconda non è nemmeno mai iniziata, ora è venuto il momento della Terza. E la novità è che ci siamo anche noi.

Ora ho letto che Gianfranco Fini ieri ha detto che bisogna «andare oltre» e che è nata la «Terza Repubblica». Forse legge qualche blog. Si è detto della rottamazione, che è un termine volgare e maleducato, da cui siamo per altro partiti per andare molto più in là: non parliamone più, ma non ci convince nemmeno l’usato poco sicuro di qualcuno che è passato da Mussolini a Berlusconi per approdare a se stesso, dopo un altro ventennio.

Quando abbiamo chiamato questa manifestazione Prossima Italia, lo abbiamo voluto fare perché ci piaceva l’aggettivo «prossimo», ci piaceva pensarci come «prossimi»: innovativi quanto possiamo, abbiamo cercato di dimostrarlo, solidali, vicini e aperti.

Se dall’altra parte del mare hanno il Tea Party, noi abbiamo bisogno di qualcosa di più forte, del partito del caffè che dia la sveglia a un Paese immobile, deluso, stanco: “anche basta” rappresentarlo così.

L’età nostra conta, certamente, ma conta soprattutto l’età del nostro Paese e del mondo. Quell’Italia che sembra un adolescente senile, perfettamente rappresentata dal suo premier. Quel mondo che è scomparso, che si manifesta qui solo con Gheddafi con i suoi cavalli berberi o Putin con il suo lettone. E magari ce ne accorgiamo perché il nostro premier – ed è una cosa che ritengo molto più grave di tante altre che vengono spesso richiamate – ha una vera guida Michelin dei dittatori da andare a trovare, forse immaginando che il nostro Paese possa diventare il Berlusconistan.

«L’essenza della tradizione è l’innovazione», ha detto qualcuno, «perché la tradizione serve a tramandare il fuoco, non a venerare le ceneri».

Le ceneri come quelle di Pompei 2010, nel giorno in cui crolla anche Pompei. E l’Italia è definitivamente sbandata.

Noi non facciamo finta di vivere in un altro Paese. Noi vogliamo ripartire dai suoi ritardi, dalle sue indecisioni e dai suoi sprechi. Come quella tartaruga, una tartaruga con la vela, l’effigie di Cosimo il Vecchio che campeggia nelle sale di Palazzo Vecchio: una tartaruga, certamente, che però capace di volare, e potrebbe farlo, se solo lo volesse.

Una tartaruga che si rivolge alla prossima generazione, al bambino di quindici giorni, che Alessandro Campi ha richiamato, che è nato nel 2010. Ci chiedono che cosa faremo: ci occuperemo di loro.

Vi faccio un esempio molto semplice: la casa è un problema per questa generazione, però magari qualcuno ha una famiglia che gliela può comprare, i propri genitori lo possono aiutare. Noi non potremo farlo, con i nostri figli. Un dato che vi consegno così, e magari riusciamo a capire che cosa vuol dire futuro.

Noi crediamo molto nel miglioramento di questa Italia, delle persone e delle istituzioni, e vogliamo dare a tutti la possibilità di migliorarsi, anche alle amministrazioni che partono da molto indietro, senza farla troppo facile, perché con la panzana del federalismo ci avete veramente stancato.

Abbiamo detto: noi. Mi viene in mente: «We the people», il popolo, non il leader. Perché per andare nella Terza Repubblica, per staccare il biglietto, non bisogna avere soltanto un nuovo leader, non ci vuole una legge elettorale, o un governo tecnico di transizione variabile dai tre mesi ai seicentodue anni.

Nella prossima Repubblica si va in altro modo, si va con una cultura politica diversa, con un taglio che si dà alle cose, perché non è solo importante enumerare le proposte, ma metterle in alto nella lista, perché di immigrazione qui avete sentite parlare molto, e non se ne parla mai, se non male, di ambiente, quanti talk show abbiamo dedicato negli ultimi anni all’ambiente.

E le cose per noi contano molto di più delle persone che contano. È per questo che dobbiamo rappresentare chi non è socio, chi non fa parte del club, chi non ha cricche se non su Facebook, come se fosse un rimprovero, e chi ha voglia di costruire un Paese in cui esista un partito nuovo, il partito di quelli che non sono garantiti. Non è una forma di giovanilismo: abbiamo parlato di Partito dei giovani (abbreviandolo perfidamente in «Pigi»), il partito dei giovani è il partito dei giovani elettori, dobbiamo rappresentarli.

Per farlo, dobbiamo mettere in ordine un po’ le cose.

Dobbiamo ridare dignità ai dati, anche i dati sono falsi in questo Paese, anche le statistiche non si possono confrontare.

Vogliamo ripristinare il buon senso e la salute pubblica. E dobbiamo fare l’Unità.

Sobri siamo. Abbiamo anche il cappello da bersaglieri… Vogliamo unire giovani e anziani, sì. Vogliamo unire Nord e Sud, trovare una misura per capirci di più. Vogliamo rimettere insieme le cose che sono così lontane, gli italiani e gli stranieri. Proviamo a tenere insieme lavoro e conoscenza, perché di questo si tratta, e l’Italia per competere ne ha molto bisogno.

A noi non interessa la collocazione nostra, ma quella del Pd. Il suo posto nel mondo. E questo è stato un tentativo per trovarlo, la ricerca di cui qualcuno ha parlato.

Ci dicono non avete contenuti, siete dei ragazzacci: ne avete sentiti di contenuti, a me pare di sì. Tre giorni filati, senza una pausa. E un rimprovero: e ma ci sono cose già sentite, è stato detto, peccato che in Italia nessuno le abbia mai fatte.

Noi non siamo una corrente, ma che noia! Ma chi se ne frega delle correnti. Noi siamo una campagna, siamo una energia, un punto di vista, tanti punti di vista, un elemento di partecipazione al Pd.

È un grande regalo, quello che noi facciamo, un grande regalo, che ci diverte fare, e però il Pd siete anche voi: siete voi. E la Leopolda è stata: gioco, partita ma è stata soprattutto incontro. Perché ci interessa che vi conosciate tra di voi, non soltanto che ascoltiate quello che abbiamo da dirvi. E il Pd è Pd solo se parla di Paese, del Paese, non di se stesso. E siamo riusciti a mantenere questo impegno, con grande coerenza.

Le nostre proposte sono simili a quelli del Pd tradizionale, diciamo così, ma forse con un taglio più preciso e una marcia in più: metà parlamentari a metà prezzo, unioni civili, come nei paesi civili, no al consumo di suolo, sì al diritto di suolo, il fisco 2.0 che serve per spiegare come si tiene insieme la fedeltà fiscale con la possibilità di dedurre qualche tassa, meglio la banda larga del ponte sullo Stretto, il debito pubblico da ridurre, un’altra bella eredità che ci è stata lasciata, quando abbiamo detto che dall’immobile bisogna passare al mobile, contro le rendite, contro tutte le rendite, i promettenti, non i conoscenti.

Vorrei un Pd, quasi banale: il Pd del consigliere comunale tunisino ma anche italiano (l’unico ma anche che sia stato pronunciato in questa manifestazione) di Quattro Castella. Il Pd dell’artigiano di Pontida, che magari non vota più la Lega, ma non sa che cosa votare e che magari oggi forse sta lavorando mentre io chiacchiero. Il Pd del giovane che sta a casa davanti al computer, ad Arcore o a Siracusa, il Pd che fa luce sulla mezzanotte del Mezzogiorno italiano che facciamo fatica a capire, dalle mie parti, into the wild. Il Pd delle donne italiane, che vanno onorate come va onorata la Repubblica, e forse è per questo che lui non riesce fare né l’una, né l’altra cosa. Con disciplina e onore, dice la Carta costituzionale. E forse verrebbe da dire a qualcuno: forse non lo sai ma pure questo è amore.

Il Pd della cura delle persone, e delle cose. Delle risposte da dare, della vicinanza da ritrovare. Il Pd del vento profondo, un’espressione risorgimentale, richiamata recentemente da Paul Ginsborg.

Il «bottom wind», un vento che soffia, che riempie di senso le cose, che dà ragione alla passione. Ecco io credo che tutto questo lo abbiamo visto in questi giorni, nelle vostre parole, nelle slide, nei video. Nella ricerca di un senso. Credo però che noi questo Pd lo realizzeremo soltanto nel nostro Paese, non dentro di noi, nel nostro intimo.

E allora forse, se questa sarà la politica e la cultura che la ispira, se quel vento soffierà, perché vento è la mia parola, ci sarà – e questa è la fine della favola – una buona volta, ci sarà anche l’Italia.

Questa volta, però, deve essere: la Prossima Italia.

 L’intervento di Giuseppe Civati, Prossima fermata, Italia, Firenze, stazione Leopolda, 7 novembre 2010.

a cura di Giuseppe Civati e Paolo Cosseddu
in collaborazione con Rita Castellani, Samuele Rocca e Filippo Taddei

http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/

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