La battaglia di Crécy | L’estate del cambiamento [XXIX]


Nel 1346 fu combattuta, nei pressi di Crécy, una tra le battaglie più importanti della Guerra dei Cent’anni. Un numero piuttosto esiguo di soldati inglesi, 12mila in tutto, si confrontò contro un esercito francese decisamente più numeroso, composto da circa 50mila uomini comprendente 15mila cavalieri decisamente bardati, molti di nobile stirpe, e un rinforzo di 6mila italiani (mercenari, usanza evidentemente già in voga all’epoca).

Dei 12mila inglesi, invece, la gran parte era formata da soldati semplici, arcieri di umili origini, non corazzati e poveramente vestiti, che Edoardo III aveva reclutato dopo aver imposto che ogni suo suddito sopra i dieci anni, in tutta l’Inghilterra, dovesse obbligatoriamente allenarsi al tiro con l’arco lungo per alcune ore a settimana.

La composizione dell’esercito inglese, in teoria sommariamente equipaggiato rispetto agli avversari, si rivelò vincente quando i francesi, spossati da una lunga marcia compiuta attraverso un acquitrino, si ritrovarono ad attaccare in salita i nemici comodamente in attesa sulla piana antistante le porte di Crécy.

Del tutto inutili si rivelarono i balestrieri prezzolati, troppo lontani per poter tirare senza finire bersaglio di quegli archi lunghi dotati di maggiore gittata, e fatalmente lenti i cavalieri pesantemente corazzati, i cui cavalli ben nutriti non avevano nessuna possibilità di superare il muro di frecce proveniente dagli inglesi.

Ci sono molti piccoli aspetti di quella battaglia, che sancì la fine dell’epoca dei nobili cavalieri e cambiò per molto tempo a venire la strategia militare, che meriterebbero di esser ricordati: dalle forti motivazioni degli inglesi stessi, che non avevano più intenzione di sopportare le scorribande francesi, alla loro abitudine di infilare, prima di scoccarle, le punte delle frecce nel letame, per causare infezioni e morti più dolorose. Ai cavalieri feriti, abbandonati sul campo nella precipitosa ritirata francese, toccò pure l’affronto di venir finiti, a colpi di misericordia (il sottile pugnale che veniva infilato tra le fessure delle armature) da soldati semplici e di basso lignaggio che non erano loro pari.

Alla fine della giornata, le truppe francesi contarono perdite di poco inferiori alle 30mila unità, e vennero estinte per sempre una dozzina di linee nobiliari. Tra gli inglesi, invece, le vittime furono meno di 200.

Quando abbiamo iniziato il viaggio di Prossima Italia, prima alla Leopolda di Firenze e poi nelle numerose città italiane piccole e meno piccole che hanno ospitato le fermate successive, a tutti noi che abbiamo partecipato e contribuito è capitato spesso ci venisse chiesto qual era il nostro scopo, e quali le nostre motivazioni.

Ebbene, un modo per spiegarlo è questo: noi ci stiamo allenando nel tiro con l’arco lungo. Abbiamo di fronte a noi eserciti più numerosi, più equipaggiati, decisamente più ricchi, e pesantemente armati. Siamo soldati semplici, ma a muoverci abbiamo forti ragioni: e se vogliamo cambiare le sorti di una battaglia dobbiamo adottare strategie nuove.

In questi mesi di lavoro, che ha toccato molti punti del Paese e che continueremo a fare ovunque ci sarà possibile, abbiamo organizzato eventi, abbiamo elaborato contenuti – alcuni dei quali sono stati pubblicati, o raccolti sul web, e sono a disposizione di tutti i volontari che li vorranno usare – e ci siamo dati l’obiettivo di dimostrare che la guerra si può vincere, innanzitutto, e che si può vincere cambiando le regole, rischiando, sorprendendo gli avversari, inventandosi modi nuovi e diversi di combattere.

Il 26 agosto del 1346, i soldati inglesi salutarono la loro vittoria con le dita a V, quello stesso gesto che poi sarà reso celebre da Winston Churchill, secoli dopo, e che in origine stava a indicare le due dita che tengono la freccia, quando sta per essere scoccata. Speriamo che la nostra guerra – metaforica, ci mancherebbe, ma comunque dura e importante – duri meno di cento anni, e che alla fine noi si possa fare lo stesso.

L’intervento di Paolo Cosseddu a Prossima fermata, Arcore, 26 marzo 2011.

a cura di Giuseppe Civati e Paolo Cosseddu
in collaborazione con Rita Castellani, Samuele Rocca e Filippo Taddei

http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/

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