Come si porta in estate la primavera del Pd | L’estate del cambiamento [XVIII]


 Chi è venuto prima? Il cambiamento del clima politico e sociale o le elezioni amministrative e il referendum della recente primavera? Il quesito è destinato a restare senza risposte certe, come l’interrogativo sull’uovo e la gallina, però tentare qualche risposta può essere esercizio utile. In qualche ambiente del resto c’è chi una tesi l’ha già abbozzata: a Milano, a Cagliari, a Napoli, avrebbe vinto chiunque – questa è la tesi – grazie al declino di Silvio Berlusconi. Sul fronte opposto ci sono i sostenitori dei Pisapia, De Magistris, Zedda, dei referendari, del movimentismo dal basso: senza il soffio deciso dei nuovi leader, delle nuove proposte e dei nuovi media il vento non si sarebbe alzato così impetuoso.

La questione infatti non è neutrale sul piano degli assetti di potere nel centrosinistra: chi sostiene che il vento stesse già cambiando reclama a sé il diritto di guidare il centrosinistra nella fase che si prospetta; chi sostiene invece di avere avuto un ruolo nella generazione di quel vento si candida a sostituire in qualche misura l’attuale establishment davanti alla transizione.

Ora la considerazione da cui partire è certamente che il clima sociale in Italia ha subito un mutamento, rintracciabile nel paradigma culturale definito dal rapporto tra valori “in” e “out”. Mutamento che non riguarda soltanto il nostro paese, evidentemente, perché ha le sue radici – a mio avviso – nella crisi economica globale che ha indotto a rivedere – per esempio – l’orientamento all’individualismo.

Il reaganismo, con i suoi miti della letteratura e del cinema (dal Falò delle vanità di Tom Wolfe al Gordon Gekko protagonista di Wall Street), è indubbiamento finito con il fallimento della Enron, con lo scoppio della bolla immobiliare e con l’avvento dell’epoca di Barack Obama.

Quel modello da noi si era affermato tardivamente con il berlusconismo: i furbetti del quartierino, la giustificazione morale dell’evasione fiscale, le false promesse, la spregiudicatezza nell’uso dei mass media, la propensione alla menzogna reiterata come efficace sostituitivo della verità, la privatizzazione anche simbolica del “pubblico”.

I segnali del declino erano molteplici: la crisi politica interna nella seconda metà del 2010 (con l’abbandono della maggioranza da parte di Fini) e tutti i sondaggi concordi nel riconoscere che il gradimento del fondatore di Forza Italia e del Pdl erano al minimo storico.

Ma, come per il contesto americano, le correnti carsiche emerse con il doppio appuntamento alle urne della recentissima primavera (ma il tempo scorre veloce) erano in moto da tempo nel tessuto culturale profondo del paese.

I circuiti della solidarietà riconosciuti come risorsa strutturale per la coesione e la tenuta economica della società, campioni dell’economia pronti a testimoniare il loro impegno a favore dell’altro (uno su tutti: un imprenditore giovane bello e di successo come Matteo Marzotto che spende la sua immagine per una onlus), l’accoglienza positiva delle tesi di Elinor Ostrom sul governo dei beni comuni (il suo Governare i beni collettivi è stato pubblicato in Italia da Marsilio nel 2006), la persistenza di reti di indignazione che periodicamente davano sfogo in superficie a queste correnti reclamando trasparenza, riconoscimento del merito, lotta ai privilegi, maggiore attenzione all’interesse generale.

Questo mutamento oggi viene riconosciuto dalle ricerche: dal 9° rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione all’indagine sul lessico degli italiani di Demos-Coop a cura di Ilvio Diamanti, pubblicata lunedì scorso, secondo la quale la parola più “in” è appunto solidarietà, seguita da merito, energia pulita e bene comune. La constatazione che il clima sociale stesse già cambiando non equivale però ad affermare che il risultato politico di questo mutamento potesse essere colto da chiunque.

Affinché si affermi, una potenziale leadership dev’essere coerente con la sua epoca. Per esempio: le primarie sono coerenti con una domanda rinnovata e imperiosa di partecipazione; l’investitura ufficiale di un solo candidato da parte del partito principale non lo è (lo dimostrano i risultati di Vendola e Renzi nel passato, di Pisapia e Zedda più recentemente).

Pare utile ricordarlo anche perché nel 2012 si svolgerà un ampio turno di amministrative, e come insegna la storia recente è già il momento di muoversi. Insomma questa primavera italiana trova nel Partito democratico un soggetto capace di partecipare al cambiamento.

Per guidarlo deve evitare due errori. Il primo: non deve considerarsi autosufficiente nella società, dalla quale emerge la voglia di contare nella definizione dell’offerta politica. Il secondo: deve aprire concretamente la guida del partito ai nuovi quadri che quotidianamente si impegnano in un dialogo continuativo con gli elettori. Per individuare dal basso quella figura che sarebbe credibile nel candidarsi a guidare l’Italia in una fase di transizione in quanto coerente con i valori che promettono di caratterizzarla.

Roberto Basso, Europa Quotidiano, 21 luglio 2011.

a cura di Giuseppe Civati e Paolo Cosseddu
in collaborazione con Rita Castellani, Samuele Rocca e Filippo Taddei

http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/

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