La generazione senza futuro si è ripresa la democrazia | L’estate del cambiamento [XXVI]


 Movimento, rete, giovani, partecipazione. E poi la lettera scarlatta dell’astensione e i temi di innovazione culturale (in questo caso quelli, snobbatissimi, dell’ambiente) estranei all’agenda politica, almeno quella degli ultimi vent’anni. E un po’ di coraggio, anche. Questi ingredienti della vittoria referendaria superano di slancio il maledettissimo dibattito interno dell’ultimo anno.

Non basta, né serve dire: ve l’avevamo detto. Non basta nemmeno pensare che tutto si risolva così, con questi risultati e con la soddisfazione di queste ore.

La politica deve scegliere ora, se dare voce alla società o, semplicemente, a se stessa. Se vuole cambiare passo, pensando non tanto alla chiusura di un ciclo, ma all’apertura di una stagione irriducibile con quello che è accaduto in questi vent’anni.

E il vento che soffia, anche fin troppo forte per le consuetudini del cosiddetto ceto politico, deve tradursi in energia di governo, per sua natura rinnovabile, in un progetto che sappia a sua volta definire questo cambiamento. Senza guardare a quello che succederà domattina, ma all’Italia che vorremo consegnare alla prossima generazione. Perché di generazione ne abbiamo già saltata una, ed è il caso di ricordarlo a chi, in queste ore, fa il bilancio degli ultimi vent’anni.

Il prossimo Parlamento rappresenterà la politica che abbiamo conosciuto e le sue componenti, o vorrà rappresentare tutti quelli che nella società italiana vogliono cambiare e sono disponibili a mettersi in gioco e a rischiare? I parlamentari devono essere nominati o scelti dai cittadini, più o meno come i cittadini hanno fatto e fanno con i sindaci? Se sarà davvero un’assemblea costituente, qual è la parte migliore della società che si vorrà rappresentare?

Domande a cui dare risposta, subito, cogliendo l’occasione di un passaggio di straordinaria valenza politica e culturale. Perché il civismo non si può solo evocarlo, bisogna dimostrarlo. Perché l’apertura agli elettori non si traduce solo nell’allearsi con il partito che votano di solito, ma anche nelle risposte alle loro esigenze e nella lettura della trama del consenso, sotto il profilo politico e culturale.

Queste questioni, come è evidente, precedono anche la scelta della leadership, perché questa è stata la vittoria del noi, di un noi complesso e difficile da catalogare, che stride parecchio con i personalismi, con gli io di questo o quel leader della politica attuale. Viene in mente la storia dell’ornitorinco, quell’animale strano, che si faticava a definire con le categorie più tradizionali.

Alla fine della storia dell’Italia come l’abbiamo conosciuta, sono indispensabili allora l’umiltà e la passione, la curiosità e la disponibilità a superare anche molte delle nostre consuetudini. Partendo dai ragazzi di questo Paese: proprio loro, che sono rimasti senza casa, senza lavoro e purtroppo anche senza politica per tanti anni.

È il loro momento, ascoltiamoli, accompagniamoli, facciamoli diventare finalmente protagonisti. Fino alla vittoria. La prossima.

Giuseppe Civati, L’Unità, 15 giugno 2011.

a cura di Giuseppe Civati e Paolo Cosseddu
in collaborazione con Rita Castellani, Samuele Rocca e Filippo Taddei

http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/

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